sabato 5 settembre 2015

Rigore a tavola

Quello che sto per dire non verrà compreso dai più. E anche se venisse compreso, difficilmente verrà accettato. Parentesi astrusa sulla comunicazione (mi torna in mente un esame di sociologia).

Girava una foto, tempo fa. Un campo di melanzane con i frutti lasciati a marcire, per lo stop alle esportazioni in Russia. Sdegno generale: come si fa a buttar via tutto quel ben di dio? Non potevano darle a noi? Che ingordi, pensavo, nessuno si rende conto che quelle melanzane concimeranno il campo? Che quell'agricoltore ha a cuore il suo campo?
Altra cosa incredibile. Alle scuole elementari e alle medie mi hanno insegnato cos'è l'humus, la rotazione del colture e un sacco di altre cose meravigliose che salvaguardano il suolo. Ora c'è il super-perito-tecnico-agro-zoo-forestale che se ne sente parlare si fa una gran risata. Te la alimento io le piante! Una bella manciata di solfati-fostati-solventi-nitrati e, perché no, una spruzzata di agrofarmaci sulle foglie per farle scoppiare di salute! L'essere umano moderno è un trafficone da paura che arraffa da una parte, trasporta dall'altra, distrugge, ricostruisce, sfrutta, cementifica, demolisce, bonifica... Che non si rende conto di far parte di un ecosistema delicato, di dipendere completamente dal suolo che ha sotto i piedi e più in generale dalla purezza di quei tre o quattro elementi (terra, acqua, aria, non so il fuoco) che ormai sono relegati in qualche libro di esoterismo.
Tanti confidano nel progresso scientifico. Un giorno il cibo verrà prodotto mescolando gli atomi o in serre robotizzate o su un altro pianeta o in fondo al mare... lo sperano in tanti. Cioè, non ci pensano davvero perché hanno altre mille preoccupazioni ben più gravi (chiamate distrazioni mediatiche) a cui pensare, ma sotto sotto si illudono di non tornare più a lavorare la terra. Vogliono farne a meno. L'expo proclama lo slogan nutrire il pianeta, ma ora come ora solo l'umanità viene nutrita. In parte e pure male.
Il suolo è il (presente, il passato e il) futuro, per la cronaca.
Per preservarlo ci vuole rigore. L'agricoltore oggi viene visto come quell'amicone generoso che ti offre (pardon, (s)vende) prodotti sani e genuini. Che lavora la terra al posto tuo. Costretto a ricorrere a metodi poco ortodossi perché solo come un cane e deve sfamare migliaia di bocche affamate. Ma l'agricoltore rispettoso del suolo deve saper dire no per il bene di tutto il pianeta (umanità inclusa). La generosità verso il prossimo è una farsa se nel frattempo fai l'avvoltoio e sfrutti la terra e condanni il futuro.
Basta generosità, serve rigore a tavola. Azzerare gli sprechi. Il cibo va razionato. Gli occidentali agiati possono permettersi i lussi dell'indigestione e dello spreco solo ed esclusivamente perché per secoli hanno sfruttato (e sfruttano ancora) il cosiddetto terzo mondo. E l'assurdo è che quelli del terzo mondo vogliono imitarci. Vogliono imitare la cattiva alimentazione, vogliono avere il mal di pancia e inghiottire nutrienti senza assorbirli. Perché qui nessuno sa più mangiare, assuefatti da farina bianca, lieviti, latte, zucchero...
Bisogna lavorare la terra di persona e nutrirsi del raccolto, fine. Così si mangia sano e si resta in forma. Impatto ambientale limitato, consapevolezza di essere inseriti in un territorio e di vivere in armonia con esso. Quanti sanno che la funzione secondaria dei frutti su un albero (la primaria è ovviamente la riproduzione) è concimare il terreno alla propria base? Per nutrire tutti quegli esseri più o meno microscopici che creano l'humus? Perché depredare l'albero e gettare via tutti i frutti che irrimediabilmente diventano vecchi, quando basterebbe prendere solo quelli che ci servono effettivamente? Quando si potrebbe razionare con il buon senso e non fare i generosi con doni che non ci appartengono? Perché ripulire e mettere a nudo la sua base per qualche strana fissazione di pulizia? Eppure dovrebbero essere cose così basilari...

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